Marcello Altamura Via Fani: il rapimento Moro ed i misteri della "Dallas Italiana"
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Marcello Altamura Via Fani: il rapimento Moro ed i misteri della "Dallas Italiana"

La mattina del 16 marzo 1978 un commando delle Brigate Rosse tende un agguato perfetto: cinque uomini della scorta vengono uccisi e Aldo Moro rapito. Ma dietro quella strage restano ancora oggi piste dimenticate, testimonianze ignorate e dettagli che non tornano. A quasi cinquant’anni di distanza, l’operazione militare più famosa della storia repubblicana continua a nascondere zone d’ombra. Una vera e propria Dallas italiana analizzata su DarkSide Storia segreta d'Italia.

Il cielo è plumbeo, la mattina del 16 marzo 1978. In quel giovedì così vicino alla primavera, l’aria è ancora frizzante, quasi fredda. Roma insegue un po’ di tepore, ora che il terrorismo ha reso gli spari in strada e i morti una fredda quotidianità. Roma insegue la primavera ma non sa che quella mattina cambierà per sempre la sua storia. Via Mario Fani è per la storia italiana la nostra Dallas, la città in cui il 22 novembre 1963 fu assassinato John Kennedy. Quella mattina di marzo assomiglia molto a quella mattina di novembre. Una mattina che cambierà la storia di un intero Paese. Per sempre.

Sono le 8.55. Come ogni mattina Oreste Leonardi, 51 anni, maresciallo maggiore dei carabinieri e da oltre 15 anni caposcorta di Aldo Moro, attende in via del Forte Trionfale 79 che il presidente della Democrazia Cristiana esca di casa. Tra i due il rapporto è stretto e cordiale. Leonardi è letteralmente l’ombra di Moro, ne segue gli spostamenti ovunque: all’Università, dove insegna diritto penale, come al mare a Terracina, dove lo statista ha una villetta, o a Torrita Tiberina, nella campagna laziale, dove i Moro hanno un’altra casa. Mentre aspetta, il maresciallo chiama col radiotelefono la moglie Ileana: “Ciao, volevo dirti… Scusa, lui sta uscendo: ti richiamo più tardi”. Nessuno di loro due può sapere che quella sarà l’ultima volta in cui si parleranno.

Il cuoco cieco che predisse il rapimento

Nel 1978 Giuseppe Marchi ha 64 anni. La mattina del 16 marzo ascolta nella sua casa di via Franciosa, a due passi dal Duomo, le notizie del telegiornale. Dopo una vita avventurosa in cui ha fatto il cuoco e girato il mondo, Beppe, come lo chiamano tutti nel quartiere, ha perso la vista. E così quello che gli altri in televisione vedono, lui può solo ascoltarlo. “Non mi hanno creduto, ora voglio vedere che faccia faranno” dice alla moglie mentre, in tv, stanno parlando del rapimento di Aldo Moro.

Beppe vuole prendere il cane che gli fa da guida e scendere giù, nell’osteria di Divo Falchi, dove spesso si ferma per bere un bicchiere e fare due chiacchiere. Lui e i suoi avventori non gli hanno creduto quando aveva raccontato che, la sera del 15 marzo, mentre tornava a casa intorno alle 19, passando dinanzi al vicolo delle Carrozze, aveva sentito un gruppetto di persone, 3 o 4 e con accento straniero, forse tedesco, dire: “Hanno rapito Moro e ucciso la scorta”. Poi erano andati via perché lui aveva sentito il rumore degli sportelli che si chiudevano e il rombo di un motore di grossa cilindrata. A quel punto era tornato a casa e aveva chiesto alla moglie se per caso in tv avevano annunciato che Aldo Moro era stato rapito. Davanti alla risposta negativa, era sceso giù, nell’osteria di Divo, e aveva raccontato quella incredibile storia. Incredibile, appunto. E infatti i commensali del locale lo avevano deriso. E subito gli avevano ricordato il suo nomignolo: Beppe il bugiardo.

Non sa, Beppe il bugiardo, che nel pomeriggio del 16 marzo, un certo De Vivo aveva telefonato in questura raccontando quello che il cieco aveva riferito la sera prima in osteria. Per questo, la Digos di Siena aveva convocato Beppe Marchi e quelli che avevano ascoltato il suo racconto: la moglie e poi gli altri avventori dell’osteria. Tutti diedero agli investigatori la stessa versione: Marchi aveva detto di aver sentito parlare in anticipo del rapimento di Moro e, quella sera, non sembrava affatto ubriaco o poco lucido. Non aveva sognato, Beppe. Quelle parole le aveva sentite davvero.

Le indagini, svolte in maniera congiunta da polizia e carabinieri, si concentrano sulla zona del Duomo: vengono controllati gli affittacamere per accertare la presenza di stranieri, ma non viene fuori nulla. Ma allora cosa ha sentito Beppe Marchi? Forse, sosterranno gli inquirenti, non ha capito bene. Sì, quelli erano stranieri e lui chissà cosa ha capito. Una bufala, anzi una bugia. L’ennesima di un bugiardo patentato.

Leonardi, l’ombra del Presidente

 Ma chi è Aldo Moro? Politico di lungo corso, membro della Costituente nel ’48, più volte presidente del Consiglio e Ministro, ha la fama del ‘grande tessitore’ per la pazienza meticolosa con la quale cerca di stringere alleanze, avviare mediazioni, appianare divergenze. In quegli anni il presidente della Dc avvia il “compromesso storico”: obiettivo, coinvolgere nel governo anche il Partito Comunista, confinato dal’ 48 all’opposizione. Una manovra rischiosa ma, secondo Moro, necessaria per evitare un tracollo dell’Italia, provata dalla crisi economica e da un decennio in cui la violenza politica ha avuto un’escalation drammatica fatta di stragi, morti e scontri in strada.

Oreste Leonardi è preoccupato, quella mattina di marzo del 1978. Da qualche tempo, teme per la vita di Aldo Moro. Le Brigate Rosse, l’avanguardia terroristica dell’estremismo di sinistra, lo ha da tempo messo nel mirino. Dopo l’arresto, nel 1974 a Pinerolo, dei capi storici, Renato Curcio e Alberto Franceschini, l’organizzazione ha fatto un salto di qualità dal punto di vista militare. Con a capo Mario Moretti, ex operaio della Sit Siemens, le Br alzano il tiro. E uccidono: il procuratore della Repubblica di Genova Coco, il presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno, il giudice Riccardo Palma. Una vera e propria sfida allo Stato, di cui Aldo Moro è uno dei cardini. Per questo, il maresciallo Leonardi quella mattina è teso. Ha segnalato i suoi timori al suo diretto superiore, il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara, ha fatto presente al Sismi che servirebbe un’auto blindata al posto della Fiat 130 blu ministeriale sulla quale si sposta il presidente della Dc. Richieste che il 16 marzo 1978 sono ancora senza risposta.

E’ preoccupato, Leonardi. Per Moro e anche per quei ‘ragazzi’ che con lui compongono la scorta dello statista. A cominciare da Domenico Ricci, 44 anni, l’autista della 130 su cui viaggiano lui e il presidente. A seguire l’Alfetta con la scorta della Ps. A bordo, il vice brigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, e gli agenti Giulio Rivera, 24 anni, e Raffaele Iozzino, 25. Sono giovani e poco esperti, Iozzino è addirittura la prima volta che si occupa di un servizio di scorta. Anche per questo, Leonardi è preoccupato: con la dotazione di armi scadente e la poca preparazione, un attentato sarebbe fatale. Una premonizione, un presagio che riempie quell’aria frizzante di metà marzo.

All’incrocio con la morte

All’incrocio tra via Fani e via Stresa tutto è apparentemente tranquillo. Unica differenza rispetto a tante altre mattine, l’assenza del furgoncino bianco del fioraio Antonio Spiriticchio, che in genere è sempre parcheggiato lì ma che quella mattina non c’è. Chi abita nel quartiere forse lo nota, ma non ci fa troppo caso. E invece quell’assenza fa parte del piano messo a punto per rapire Aldo Moro. La sera prima hanno squarciato le gomme del furgoncino del fioraio, impedendogli così di occupare il suo solito posto. Da tempo, i terroristi hanno pianificato il sequestro di un personaggio di spicco. Hanno pensato a Giulio Andreotti, l’uomo che proprio quella mattina si appresta a prendere la guida del governo cosiddetto di “solidarietà nazionale”, il frutto concreto della grande tessitura di Moro: per la prima volta, il Pci non sarà all’opposizione ma si asterrà, appoggiando di fatto, seppure dall’esterno, l’esecutivo. E la mattina del 16 marzo, alle 10, a Montecitorio è previsto proprio il dibattito sulla fiducia. Nei piani di Moro, questo è il primo passo per dare spazio nella gestione politica del Paese, anche al più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

Rapire Andreotti sarebbe stato un grande colpo ma i brigatisti si sono resi conto che il Divo Giulio è un obiettivo complicato: è super sorvegliato e i suoi spostamenti sono imprevedibili. Moro, invece, è un bersaglio facile da centrare. Il presidente della Dc è un abitudinario: esce di casa sempre alla stessa ora e poi, prima di recarsi alla Camera, va a messa e si concede una lunga passeggiata allo Stadio dei Marmi, al Foro Italico. Le altre mete sono l’Università e Piazza del Gesù, dove ha sede il partito. E poi in quei giorni, Moro ha assunto dal punto di vista politico un ‘significato’ importante e simbolico: è l’uomo delle grandi intese, quello che vorrebbe ‘annacquare’ le istanze del proletariato. Un uomo che in tanti, non solo le Br, hanno interesse a fermare.

La 130 blu e l’Alfetta procedono come sempre in colonna. Sul sedile posteriore, Moro è come al solito immerso nella lettura di giornali e documenti. Né lui, né tantomeno Leonardi o Ricci fanno caso a quella Fiat 128 bianca familiare che, poco prima dell’incrocio tra via Stresa e via Fani, sopravanza le due auto. Anche Leonardi, il più sospettoso, è tranquillo: ha notato che la vettura è targata Cd, corpo diplomatico, dunque non c’è da temere. E’ un attimo: proprio sulla linea bianca dello stop, la 128 frena di colpo, sbarrando la strada alle due auto che non trovano via di fuga a causa delle auto parcheggiato sul ciglio della strada, stranamente le uniche per quell’arteria densamente abitata e sempre piena di auto in sosta

A quel punto, le auto sono investite da un vero e proprio fuoco incrociato, una pioggia di proiettili che infrange i finestrini, buca le carrozzerie. E spegne la vita degli uomini della scorta. I primi a cadere sono Leonardi e Ricci nella 130, che non hanno il tempo di reagire. Freddati, nell’Alfetta della Ps, anche Rivera e Zizzi. L’unico dei cinque a spirare in ospedale. Raffaele Iozzino, invece, riesce ad uscire dal sedile posteriore dell’auto e a sparare due colpi con la sua pistola di ordinanza prima di essere colpito a morte da una pioggia di proiettili.

Aldo Moro è frastornato quando vede spalancarsi la portiera posteriore della 130. Due mani lo afferrano per i vestiti e lo alzano di peso, quasi lo sollevano. “Chi siete? Che cosa volete da me?” racconterà un testimone di avergli sentito dire mentre viene trascinato in una 132 che nel frattempo è arrivata alle sue spalle. E’ l’inizio del buio. E’ l’inizio dei 55 giorni più drammatici della storia del nostro Paese.

 La pista senese e il filo rosso che porta a Senzani

 Torniamo a Siena e a Beppe Marchi. Il cuoco non vedente è stato bollato come un millantatore e la pista senese è finita invece in un nulla di fatto. La sua ‘premonizione’ è stata catalogata tra i tanti episodi di mitomania che si scatenano in tutta Italia dopo il blitz di via Fani. E poi le indagini hanno fatto chiarezza, concludendosi con esito negativo. Già, le indagini. Tra i testimoni ascoltati insieme a Beppe Marchi, non figura però il misterioso De Vivo, l’uomo che nel pomeriggio del 16 marzo telefonò in questura per raccontare quanto il cieco aveva raccontato la sera prima nell’osteria di via Franciosa. Nessuno chiese agli altri testimoni che avevano ascoltato Beppe se conoscessero o meno De Vivo, se questi fosse un frequentatore abituale del locale. Né fu possibile identificarlo attraverso la registrazione della telefonata pervenuta al 113.

Chi era allora De Vivo? E perché aveva raccontato quanto riferito da Beppe Marchi? Forse qualcuno voleva che quella notizia, il rapimento di Aldo Moro, filtrasse in anticipo. Che si sapesse cosa le Brigate Rosse stavano preparando per la mattina del 16 marzo a Roma. Qualcuno che aveva usato Beppe il bugiardo come inconsapevole veicolo di trasmissione, sicuro che l’uomo avrebbe raccontato quello che aveva sentito. Qualcuno che poi, per non sbagliare, aveva ‘girato’ la segnalazione direttamente anche alla questura. Qualcuno che conosceva bene i brigatisti. Qualcuno che sapeva con anticipo cosa sarebbe dovuto accadere in via Fani. Qualcuno che risiedeva in Toscana

Il rapimento di Aldo Moro fu un’azione impeccabile dal punto di vista militare, studiata nei dettagli. Un’operazione che qualcuno provò a far saltare proprio alla vigilia, facendo trapelare la notizia sino alle forze dell’ordine, come accadde nella vicenda di Beppe Marchi. Ma perché non farlo a Roma ma in Toscana? E perché proprio a Siena?

La risposta porta dritti ad un nome: Giovanni Senzani. Nel ’78, è assistente alla cattedra di sociologia all’università di Siena. Ufficialmente non risulta essere un militante delle Br ma ha simpatie politiche dichiarate di estrema sinistra e non ne fa un mistero. Come quando, per stilare una ricerca sugli impiegati della banca più importante della città, dice di volerle dare una impostazione marxista. O quando, durante un esame, rimbrotta uno studente per il costoso orologio che ha al polso.

E’ una figura cardine, quella di Giovanni Senzani, ideologo e poi leader militarista delle Br, il trait d’union tra il caso Moro e la Toscana, una regione chiave nella gestione politica del sequestro dello statista. Non stupisce, perciò, che il dettaglio del piano da attuare a via Fani circolasse nell’ambiente dell’estrema sinistra toscana. E non stupisce che quell’annuncio sulla sorte di Moro fosse stato ascoltato proprio a Siena.

Un’operazione militare sofisticata

 Per capire bisogna tornare a via Fani, subito dopo la strage. In quella scena del crimine caotica e piena di curiosi, preservare i reperti diventa un’impresa. E infatti, nella prima perizia, quella del 1978, viene sottolineato proprio che i primi curiosi potrebbero aver portato via qualche bossolo, una sorta di macabro souvenir. Ecco perché i periti scrivono che nella ricostruzione del volume di fuoco ci sono dei dubbi irrisolti.

Intanto i periti del 1978 non hanno avuto la possibilità di confrontare i reperti con delle armi, analizzando i bossoli che erano stati ritrovati. In base a questi dati, stabiliscono che a sparare, quella mattina, erano state sei armi: cinque dei brigatisi più la pistola dell’agente Iozzino. Su tre di queste, però, i periti scrivono di avere dei “dubbi non risolti”. Uno di questi riguarda proprio l’arma che avrebbe esploso i 49 colpi.

I periti, infatti, indicano come ipotesi che ad esploderli possa essere stata una sola arma, forse una Beretta MP12 o un’altra simile. E’ grazie a questi due dati, i 49 colpi e la possibile arma indicata dai periti, che a via Fani si materializza il ‘fantasma’ del superkiller. Nessuno dei brigatisti sa chi possa essere e l’arma eventualmente usata non viene identificata. Un fantasma, appunto. Perfetto per dare all’agguato a via Fani i contorni sfuggenti del ‘mistero’ che nessuno ha davvero interesse a chiarire sino in fondo, tantopiù che le testimonianze sono discordanti tra loro.

In realtà basta leggere i verbali dei testimoni di via Fani, sentiti a caldo, per capire che le cose sono andate diversamente. Il racconto di Pietro Lalli, benzinaio che quella mattina era a circa 120 metri dal luogo dell’agguato, è particolarmente importante. Dice di aver visto altre 4 o 5 persone, oltre ai quattro vestiti da avieri ufficialmente indicati dal Memoriale Morucci, attraversare via Fani ma anche sulla consistenza numerica del commando non ci sono certezze. La certezza, invece, è che il rapimento Moro fu un’operazione militare sofisticata, preparata nei minimi dettagli sin dalla logistica del luogo, ‘ripulito’ dalle auto in sosta, isolato dal traffico che, specie di mattina, era intensissimo. Un’imboscata, insomma, portata a termine con freddezza e determinazione. Una verità che ancora oggi fa paura. Perciò nell’incertezza meglio attenersi a quello che racconta chi a via Fani, quella mattina del 16 marzo, c’è stato, o almeno dice di esserci stato. Morucci e Moretti: l’unica verità, anche quella delle sentenze giudiziarie, è sempre la loro, solo la loro. Da quasi 50 anni.

Marcello Altamura giornalista e scrittore

Lo scrittore e giornalista Marcello Altamura è nato a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

Pubblicato su https://darksideitalia.it/via-fani-rapimento-aldo-moro-misteri/

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