La castagna ,regina dell'autunno, tra storia e leggenda
Castagne e ricci

Con l’arrivo dell’autunno torna sulle nostre tavole la castagna. L’Italia è ricca di castagneti, circa 800.000 ettari, ed è il paese europeo numero uno per la produzione della   castagna, sia in qualità sia in quantità, dai maroni dalla forma più bombata ed il colore più chiaro alle classiche castagne più piccole e con un colore più scuro.

Il castagno è una pianta di origine antichissima, essendo tra le latifoglie che fecero la loro comparsa sulla Terra nel Cenozoico, popolando di foreste vastissime regioni. La sua zona di diffusione originaria è molto estesa, comprendendo l’intero bacino del Mediterraneo, i litorali atlantici dell’Europa meridionale e dell’Africa settentrionale, l’arco alpino, l’Asia Minore e spingendosi fino a lambire il Mar Caspio.

La castagna è dunque presente nella dieta dell’uomo fin dalla preistoria e, in epoca storica, le sue virtù erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi. Il greco Senofonte definì il castagno “l’albero del pane” e con il nome di “pane dei poveri” la castagna è stata per secoli la presenza più assidua sulla mensa delle famiglie contadine.

Prima della scoperta dell’America, quando in Europa non esistevano ancora le patate né il mais, la castagna era infatti l’alimento che più di ogni altro preservava dalla fame e permetteva di superare i periodi di carestia. Con la farina di castagne si preparava una polenta che ha preceduto di secoli, o forse di millenni, quella di granturco, anticipandone alcune delle caratteristiche proverbiali: alimento di poco prezzo ma gustoso, utilizzabile in svariati modi, riciclabile con qualche semplice accorgimento più di una volta, e soprattutto adatto a soddisfare, anche in quantità ridotte, gli affamati.

I castagneti hanno conosciuto, in Italia in particolar modo, due grandi fasi di espansione. La prima fu in epoca romana: i Romani, che apprezzavano moltissimo di questa pianta sia il frutto sia il legno :tra i molteplici usi che ne facevano ricordiamo quello, appreso dagli Etruschi, di farne pali per le vigne. I Romani esportarono la castagna un po’ dovunque, impiantando castagneti anche là dove non esistevano, sia nel bacino del Mediterraneo  sia in territori dal clima apparentemente meno adatto, come le regioni d’Europa a nord delle Alpi.

La seconda grande fase di espansione riguardò più specificamente l’Italia e fu dovuta all’iniziativa di Matilde di Canossa (1046-1115) che, convinta dell’importanza essenziale che le castagne rivestivano per l’alimentazione delle popolazioni rurali, ne moltiplicò, con l’ausilio dei monaci benedettini, la diffusione, ideando addirittura un criterio di disposizione degli alberi (il sesto matildico) per la loro migliore crescita e fruttificazione. 

In seguito, e specie nel secondo dopoguerra, i boschi di castagne sono entrati, nel nostro paese, in una fase di decadenza e arretramento, sia per l’abbandono delle campagne , sia per il  miglioramento delle condizioni di vita , sia infine  per l’azione di due parassiti che hanno provocato nei castagneti autentiche epidemie di mal dell’inchiostro e di cancro corticale, due malattie che indeboliscono la pianta fino a ucciderla. 

Negli ultimi vent’anni si è tuttavia assistito a una ripresa d’interesse verso questo magnifico albero e il suo frutto. Notevoli successi nella lotta contro le malattie del castagno sono stati ottenuti grazie all’innesto con la varietà giapponese (Castanea crenata), resistente a entrambi i parassiti.

Il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi: la presenza di esemplari millenari è attestata in varie regioni d’Italia, in Francia e in Inghilterra.

Il più noto tra questi patriarchi sorge in Sicilia, sul versante orientale dell’Etna, nel territorio comunale di Sant’Alfio. Alcuni botanici gli attribuiscono la vertiginosa età di 3-4000 anni, il che ne farebbe con ogni probabilità l’essere vivente più vecchio d’Europa. La sua circonferenza è di 22 metri, l’altezza di circa 25, la circonferenza della chioma di oltre 50 metri.

È chiamato il Castagno dei Cento Cavalli, perché la leggenda vuole che, in epoca medievale, una regina (quale non è dato sapere con certezza) vi abbia trovato rifugio da un temporale con i cento cavalieri della sua scorta e le rispettive cavalcature.

Le castagne  ed i maroni , oltre ad essere protagonisti di molte ricette della cucina italiana, sono oggetto anche di diverse espressioni e modi di dire della lingua italiana. . 

L’espressione “togliere le castagne dal fuoco” ad esempio ha  origini nobili: si possono infatti reperire in una favola di La Fontaine, intitolata Le singe e le chat (“La scimmia e il gatto”). 

Una scimmia, Bertrand, e un gatto, Raton, stanno davanti al fuoco e guardano con l’acquolina in bocca una bella manciata di castagne che arrostiscono sulle braci. “Ah – dice Bertrand – se io avessi una zampetta adatta come la tua! Non resisterebbero a lungo, quelle castagne!” Raton non se lo fa dire due volte: con la sua zampetta, delicatamente, rovista un po’ nella cenere, poi ritira “le dita” per non scottarsi, poi dà un’altra zampata. E in questo modo, a poco a poco, fa cadere dalle braci ben tre castagne, che Bertrand si affretta a mangiare. Sopraggiunge una domestica, l’operazione deve essere sospesa e il povero Raton, dopo aver tolto le castagne dal fuoco a beneficio di Bertrand, rimane a bocca asciutta.

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